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I volti di Jungle

Nel campo profughi più grande d’Europa il susseguirsi di storie da raccontare è perpetuo. Come un fiume in piena che travolge tutto e tutti. I rifugiati presenti provengono da diverse parti del mondo: Sudan, Libia, Siria, Iraq, Kurdistan e Afghanistan. Ogni nazionalità ha la sua zona nel campo. Un attimo prima sei a Khartum e pochi metri dopo a Damasco. Camminando tra tende, baracche e rifiuti si viene assorbiti da questa fatale quotidianità che prende il nome di Jungle. Abbiamo conosciuto persone con storie diverse, storie di forza e coraggio, storie vere che meritano di essere raccontate.

 

Scusate, sapete dove posso prendere il pullman per Calais ? Devo andare a lavorare in un campo profughi sulla costa”

Due valigie al seguito, giubbotto camouflage con maniche arrotolate alla rinfusa, pantaloni da muratore sporchi e sgualciti, barba incolta e una stazza fisica in grado di incutere timore. Così si presenta Colin all’uscita dell’aeroporto di Beauvius, pochi chilometri a nord di Parigi. Ci confessa che i suoi colleghi hanno perso il volo e così non sa come raggiungere la sua destinazione. Il suo marcato accento irlandese rende la sua parlata eccentrica, prova entusiasmo per qualsiasi cosa dica, i suoi modi sono gentili e garbati nonostante le apparenze lascino intendere tutt’altro. Ci ha messo qualche ora e un paio di birre per raccontarci la sua storia, il tempo del tragitto da Amiens a Calais, passando per un bar Lille. Costruttore e falegname, la moglie architetto ha trovato un lavoro per lui a Jungle, costruire casette per i rifugiati, e lui con quell’aria da giramondo non ci ha pensato due volte ad accettare. Seduti al tavolo scherza con i camerieri sulla sua pronuncia francese, “l’addition s’il vous plait” generando simpatia e ilarità. Parla dei suoi bambini, dei suoi cani, di cosa ama fare nella vita e di quella volta che è stato a Venezia. Quando accenniamo al nostro mestiere storce il naso, afferma di non leggere più un giornale da anni, le notizie che si diffondono sono sempre di morte e miseria, lo rendono triste, lo porrebbero faccia a faccia con la reale consapevolezza di un problema. Sul treno ci mostra il contenuto delle sue valigie, attrezzi da costruzione, una volta finito il lavoro li lascerà ai rifugiati, saranno molto più utili a loro che a lui.

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Questo non è un posto per bambini. Non è giusto crescere in questo posto”

Sebastien ci viene a prendere la mattina presto per portarci al campo. Appena saliti sulla sua Fiat Punto primo modello si scusa per il suo inglese scolastico. Fa parte di Art in the Jungle, un’organizzazione che si occupa di raccogliere tutti gli artisti o potenziali presenti a Jungle, permettendo di esprimere la loro creatività, di evadere tramite questa ed evidenziare qualche tratto di umanità ancora fievolmente presente. Si è fatto diversi amici lì dentro, conosce bene il posto che ci sta mostrando, afferma di venirci ogni giorno da quando sono comparse le prime tende nell’aprile del 2015. Ci guida con attenzione attraverso tutti i settori dell’accampamento, potrebbe camminarci a occhi chiusi. Appena intravede qualcuno sui sentieri creati da rifiuti e immondizia lo saluta con un “Bonjour”, accompagnato da un sorriso. Si ferma a parlare con molte persone, si informa sulle condizioni di esse, scambia qualche parola in francese, strette di mano simbolo di una comunità che vuole gridare al mondo la sua presenza sociale, sentendosi abbandonata, o peggio, sentendosi ostracizzata. Continua a chiederci se è abbastanza quello che abbiamo visto, come se si sentisse in dovere di denunciare quella situazione, quando per capire quest’ultima sarebbero bastati i primi dieci passi dentro il campo.

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Sai quanto tempo si impiega mediamente ad arrivare in Italia partendo dal Sudan ? Sei anni, tutte le volte che metti piede in Libia ti rispediscono fuori a calci ”

Camminando nella zona popolata da rifugiati del Sudan veniamo invitati a bere del the caldo da Tareq e Hasan. Nella loro tenda c’è solamente un tavolo e una stufa che tossisce vampate di caldo a intermittenza, anche se sono più le volte che tace. Avranno poco meno di 30 anni, ma i loro visi sono segnati come se ne avessero il doppio. Sono arrivati a Jungle attraversando Francia e Italia. Non parlano italiano, ci dicono che sono sbarcati a Lampedusa con un barcone, passando per Fabriano sono arrivati fino al confine di Ventimiglia. Tareq tiene in mano un vocabolario Inglese-Francese, lo sfoglia con cura, usando attenzione ai termini che vuole dire e far capire. Afferma di voler rimanere in Francia, di non tentare il miracoloso approdo in Inghilterra, potrebbe essere il posto giusto per un nuovo inizio. Quando li salutiamo le loro strette di mano sono deboli, sembrano quasi dispiaciuti del fatto che li stiamo lasciando per continuare il giro del campo, come se avessero ancora tanto da raccontarci, ma senza le parole per farlo.

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Voglio rimanere in Francia. Questo è il posto giusto per crescere”

Said invece l’italiano lo mastica abbastanza, ha vissuto a Genova, Milano e Torino. Indossa un curioso paraorecchie per il freddo, quasi a schernire la nostra vista, abituata ormai dopo ore dentro al campo a gente in maglietta e ciabatte, nonostante il freddo della Manica. Si presenta appena i nostri sguardi si incrociano, ha tanta voglia di parlare, di fare due chiacchiere, di esternare a modo suo le proprie emozioni. L’aspetto non è dei migliori, intervalla ogni quattro parole con un colpo di tosse ben assestato. Il suo amico, che non vuole rivelarci il suo nome, indossa un paio di cuffie per la musica, un lusso raro in quel posto. Afferma di voler restare in Francia, di voler crescere qui, gli sembra il posto giusto dove crescere. Frase tenera, come se ci fosse realmente per lui la possibilità al momento di cambiarlo.

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Ho il passaporto britannico eppure non mi fanno partire, continuano a trovare scuse per impedirmi di lasciare questo posto”

Alì lo incontriamo qualche ora dopo al porto di Calais. Il suo look è totalmente diverso dai rifugiati, indossa un cappotto vistoso, ai limiti del signorile. Afferma che lo stanno bloccando lì apposta solo perché iracheno, lui il passaporto britannico lo ha, ma la compagnia del traghetto inventa scuse per non farlo partire. Sembra essere una vittima del pregiudizio creatosi intorno a questa situazione. Dice che passerà la notte in un hotel e la mattina seguente tenterà di raggiungere l’Inghilterra in treno. La sua ragazza lo aspetterà alla stazione. Ci saluta con un farsesco “good luck”, come se in quell’inferno fossimo noi quelli sprovvisti di fortuna.

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