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Benvenuti nella Giungla di Calais

Sono passate poco più di tre ore dall’alba, eppure la strada che circonda lo scalo commerciale del porto di Calais è deserta. Nessuno sembra voler cominciare un nuovo giorno oggi. La notte, probabilmente, è stata lunga. A scandire i minuti che passano sono le macchine della polizia e della sicurezza portuale, chiamate a sorvegliare le recinzioni che separano i campi dai depositi in cui i camion aspettano di imbarcarsi per l’Inghilterra.

 

Ci troviamo a Calais, 300 km a nord di Parigi, sulla costa francese che cola a picco sull’Oceano Atlantico. Di fronte a noi, a 22 miglia di distanza, poco più di un’ora di traghetto, c’è il Regno Unito, con le bianche scogliere di Dover e le sterminate distese verdi dei prati di Folkestone. Alle nostre spalle, il dramma di una città di 75mila abitanti, che da mesi ormai convive con più di 8mila migranti provenienti da ogni parte del Mondo. Il desiderio e la speranza di rifarsi una vita oltremanica li ha spinti lì, nel nord della Francia. Le leggi internazionali contro l’immigrazione clandestina, invece, li bloccano a poche centinaia di metri dal loro sogno, in un campo chiamato “La Giungla” (Jungle, ndr).

Il campo profughi Jungle visto da Chemin des Dunes
Il campo profughi Jungle visto da Chemin des Dunes

L’asfalto corre veloce sotto le ruote della macchina. Dal finestrino sinistro scorgiamo traghetti in partenza e controlli serrati della polizia. Dopo un paio di rotonde entriamo finalmente in Chemin des Dunes, la strada sterrata che separa la zona industriale dal porto. E’ questo l’unico accesso a quello che viene definito “il campo profughi più grande d’Europa”. Lasciamo la macchina sul ciglio della strada e proseguiamo a piedi.

 

Welcome to the jungle/it gets worse here every day” (trad. “Benvenuti nella giungla, qui giorno dopo giorno va sempre peggio”, ndr), cantavano i Guns ‘N Roses nel 1987, nel secondo estratto del loro primo album “Appetite for Destruction”. Non ci sono parole migliori per descrivere quello che lentamente si staglia davanti ai nostri occhi. Passo dopo passo si ha la sensazione di abbandonare la Francia, per entrare in una terra di nessuno. Un posto dimenticato da tutti. Forse persino da Dio.

 

Non siamo da soli. Nonostante il silenzio assordante, davanti a noi dopo pochi metri appaiono alcuni ragazzi. Uno di loro guida una bici, l’altro trascina a fatica un barile blu. Ai lati della strada persone di ogni età, sesso e razza espletano quelle che sono le più comuni funzioni vitali. Così, tra chi si lava i denti e chi urina sotto un albero, arriviamo a quello che sembra essere un primo ingresso del campo.

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Ad accoglierci è una costruzione in legno nascosta sotto un telo nero. Ci dicono che è la scuola. Nonostante siano le 10 del mattino, non c’è nessuno. All’esterno una tabella improvvisata segna il programma della settimana. All’interno montagne di fogli e penne ammassati su tavoli in plastica danno la sensazione di un posto abbandonato. Sul fondo della classe un mappamondo fa capolino sotto la finestra. E’ il simbolo di un sogno che fa a cazzotti con la realtà.

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Ci spiegano che il campo è diviso in ghetti. Non per una questione discriminatoria, ma sociale. In una situazione del genere è normale circondarsi di persone che parlino la tua stessa lingua e abbiano le tue stesse usanze.

 

Il primo quartiere che incontriamo è quello sudanese. Nonostante il sole sia ormai alto nel cielo, sono poche le persone che incrociamo per le strade strette e fangose del campo. Quei pochi che sono svegli vagano apparentemente senza meta tra i fabbricati in legno, non disdegnando mai un sorriso se incrociano il tuo sguardo.

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Tra biciclette arrugginite nascoste e tende abbandonate da chi nella notte ha tentato di scappare verso il porto, arriviamo alla chiesa cattolica del campo. Ci chiedono di non fotografare i volti dei credenti. La nostra attenzione viene rapita da due ragazzine che pregano davanti a un’effigie. Una, coperta con un velo in pile, prega con le braccia aperte a pochi centimetri dal telo raffigurante un uomo con una spada. L’altra, inginocchiata nel fango, bisbiglia una preghiera.

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Le lasciamo al loro culto per spostarci verso l’aggregazione siriana. Il senso (se un senso esiste) circolare del campo permette di riconoscere facilmente il momento in cui si accede a un nuovo quartiere. A facilitare la cosa, nel caso del ghetto siriano, è l’altissima percentuale di donne e bambini presenti. Qui, il fermento della mattina si tocca con mano. Le strade sono più larghe e i bambini ne approfittano per improvvisare delle vere e proprie corse con le loro bici. Quando ti vedono, però, inchiodano bruscamente e, sfoderando un sorriso inimmaginabile, ti urlano in faccia un “Hello” che ti squarcia l’anima.

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Nel mezzo della strada principale un isolotto in legno ospita tre rubinetti, dove giovani e adulti vanno a lavarsi. Per evitare il lago d’acqua e fango che si è creato ai suoi lati bisogna risalire una collinetta, stando attenti a non inciampare tra i picchetti fissati per non far volare via le tende nei giorni di vento.

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A sinistra, a pochi metri di distanza, sventola fiera la bandiera del Kurdistan. E’ qui che lo street artist inglese Banksy, qualche mese fa, ha portato i prefabbricati in legno utilizzati durante la sua esposizione “Dismaland” a Weston Super Mare, in Inghilterra. Ci raccontano che un giorno, senza che nessuno se lo aspettasse, sono arrivate una ventina di persone e in poche ore hanno montato tutto, lasciando il campo in fretta e regalando qualche felpa ai ragazzi presenti.

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A Jungle i cinque sensi sono intercambiabili. Se la luce del giorno non aiuta la vista, ci si può sempre orientare con l’olfatto. L’odore del cibo speziato del quartiere afghano è fortissimo. L’orgoglio e la tradizione di un popolo fiero ha fatto sì che la routine mediorientale entrasse anche nel campo. Ristoranti, negozi e persino un hammam un po’ raffazzonato con la scritta “Showers” delimitano la strada principale. Alle loro spalle giacciono le case di fortuna e le tende dei migranti. Questa disposizione ha fatto in modo che in questa parte del campo si creasse una vera e propria economia. 2 euro per un piatto di Sherwa-e-Tarkari, 4 per un Chapli Kebab. Baracchini in legno, in mezzo alla strada, vendono mandarini e bibite gassate. Per un attimo, camminando per quelle strade, si ha la sensazione di essere a Kabul.

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Il tratto finale è una parte ancora in costruzione, lo stipite di una porta aperta sul resto della vegetazione che circonda Jungle. Il campo, infatti, è in continua espansione. Qui da un lato operano le associazioni umanitarie, impegnate nella realizzazione di strutture confortevoli, dall’altro la polizia blocca gli accessi alla strada principale, dove transitano i camion pronti a imbarcarsi per il Regno Unito. E’ questa la zona del campo ad alto rischio. Quotidianamente, infatti, decine e decine di migranti provano la fuga verso il porto, obbligando le forze dell’ordine a reagire con gas lacrimogeni e manganelli. Una situazione che ha scatenato più di una volta rivolte da parte dei profughi, giunti ormai alla condizione di giocarsi le proprie possibilità in ogni modo, non avendo più nulla da perdere.

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Oggi la situazione è apparentemente tranquilla. La prefettura è venuta a proporre ad alcuni rifugiati la possibilità di spostarsi verso altre città francesi. Troupe televisive intervistano migranti dal volto coperto. La sensazione è quella di una pentola a pressione ormai pronta a esplodere.

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La strada principale ci riporta sulla Chemin des Dunes, il percorso sterrato che avevamo imboccato all’inizio. Qui, sulle collinette che sovrastano il campo, alcuni migranti osservano dall’alto il resto della baraccopoli, quasi a volerla controllare.

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Sono appena le quattro del pomeriggio, eppure la giornata sembra non essere ancora cominciata. In serata, come sempre, un gruppo consistente di migranti si sposterà nei campi adiacenti al porto. Lì, nascosto tra gli alberi, aspetterà il momento buono per correre verso i pontili, cercando di nascondersi tra i container diretti oltre la Manica. La maggior parte di loro non ce la farà e sarà riaccompagnata al campo, dove saranno costretti a stare sempre un giorno in più.

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Mancano ormai poco più di tre ore all’alba e la strada che circonda lo scalo commerciale del porto di Calais è deserta. L’ennesima e interminabile notte di disperazione volge ormai al termine. A scandire i minuti che passano sono le macchine della polizia e della sicurezza portuale, chiamate a sorvegliare le recinzioni che separano i campi dai depositi in cui i camion aspettano di imbarcarsi per l’Inghilterra.

 

E’ la triste realtà ciclica di Jungle, la giungla sociale dove le giornate sono tutte uguali e il tempo sembra non passare mai.

 

 

 

 

 

 

 

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